La testimonianza di Giulio Fabroni

Cari Color,

sono Giulio Fabroni, e ho partecipato ai bellissimi campus di Color Your Life per due estati consecutive, nel 2012 e nel 2013.

Per fortuna ho molte immagini di quelle esperienze memorabili, perché il mio sogno era fare cinema e quindi giravo dappertutto con la mia telecamerina portatile, pronto a trasformare la mia vita in un grande film. Oggi quel sogno è diventato realtà: lavoro infatti come sceneggiatore, e non posso fare a meno di pensare che se sto riuscendo a intraprendere questa strada è anche perché William ne ha lastricato i primi passi per me.

Ho sempre avuto molto sostegno nella mia famiglia (è stata mamma a segnalarmi Color Your Life), ma nella cittadina di provincia dove sono cresciuto non c’erano tante occasioni di assecondare la mia voglia di imparare, di scrivere, di mettermi in gioco. Sapevo di avere un talento, ma mi serviva qualcuno che mi insegnasse a usarlo al meglio.

Ricordo vividamente la meraviglia nell’arrivare a Loano e scoprire che in ogni camera del convento sconsacrato alloggiavano tanti altri ragazzi pieni di sogni come me; l’eccitazione che mi bruciava nello stomaco mentre mi aggiravo nel chiostro fantasticando su tutto ciò che avrei e avremmo potuto apprendere in quel posto che odorava di magia. Confidai alla mia telecamerina: “Mi sento come Peter Pan quando entra ai Giardini di Kensington”. È il luogo dove abitano gli uccelli e le fate, che insegnano a Peter come si fa a volare. Avevo proprio ragione. La cosa più bella, poi, era che al campus sorridevano tutti! Tutti… tranne uno.

Mi ci è voluto un po’ per capire William Salice, e questo perché lui ci teneva a restare impenetrabile. Avevamo tutti un certo timore di William, e passandogli vicino abbassavamo la voce: stare al campus ci sembrava troppo bello per essere vero, e sotto sotto credevamo che se avessimo fatto gli scemi lui ci avrebbe rispedito a casa! E poi qualcosa non tornava… come mai questo signore tanto serio e laconico, simile a un nonno burbero, ci regalava quest’esperienza così bella senza chiedere nulla in cambio? Senza nemmeno godersi la nostra gratitudine? Se CYL era la Fabbrica di Cioccolato… lui non somigliava granché a Willy Wonka. In comune avevano solo il nome, e i leggendari occhiali colorati.

Oggi credo di capire perché William si ponesse così nei nostri confronti. Non penso che avesse un problema col manifestare le proprie emozioni, e non l’ho mai trovato distaccato. Poteva sembrarlo, ma chiunque passasse un po’ di tempo a contatto con lui capiva subito quanto William tenesse alla sua missione, e a ognuno dei ragazzi che selezionava per aiutarli a crescere. Conosceva i nostri nomi uno per uno, e anche finiti i campus non si dimenticava di noi. Era stato bellissimo invitarlo qualche anno più tardi nel mio liceo, percepire quanto gli facesse piacere quell’accoglienza, vederlo preparare la sua presentazione con perizia e capire che il solo fatto che io lo avessi voluto lì significava per lui conferma dell’importanza e dell’efficacia di Color Your Life.

Penso solo che non volesse sentirsi dire “grazie”. Sapeva di star facendo una cosa grande, generosa, importante. Era consapevole di impattare su tante giovani vite. Ma secondo me non voleva che ci considerassimo in debito con lui, e il modo migliore per evitarlo era apparire scontroso. Così a nessuno sarebbe saltato in mente di andare ad abbracciarlo ringraziandolo per tutto.

È un peccato non aver abbracciato William, ma tutti questi pensieri non fanno che aumentare il mio rispetto nei suoi confronti. Allora sorrido, e continuo a impegnarmi nel mio lavoro: è il modo più giusto per ringraziare.

Grazie,

G.