Mi chiamo Mario Attalla e attualmente mi occupo di marketing e comunicazione in qualità di libero consulente.
Incontrai William nel 2006 per motivi di lavoro perché gli fui indicato come un professionista che guidava un’agenzia di comunicazione che probabilmente avrebbe potuto aiutarlo a risolvere la strategia che aveva ideato per dare visibilità Europea a Nutella attraverso una sponsorizzazione sportiva.
Lo andai a trovare a Pino Torinese e sapevo solo che la sua fama era quella di essere stato l’ideatore di Kinder Sorpresa assieme al signor Michele Ferrero. Ero curioso, emozionato e anche un po’ preoccupato di come avrei potuto relazionarmi con un “markettaro” (una delle sue tante autodefinizioni) di tale livello.
Ricordo come fosse ieri il suo sguardo ai raggi x con cui mi inquadrò e che passò dalla serietà compita e rispettosa tipicamente Piemontese ad un sorriso di benvenuto, segnale della sua estrema educazione e del fatto che avevo passato almeno il primo livello di relazione. Capìì subito che avevo di fronte un professionista di spessore, ossessionato dalla volontà di creare progetti ambiziosi attraverso soluzioni apparentemente semplici e con una grande attenzione alle spese. Ma soprattutto intuii la sua immensa creatività, testimonianza di uno spirito libero, buono, semplice. Il suo spessore umano e la sua voglia di abbattere qualsiasi barriera formale fra di noi per facilitare l’intesa e la collaborazione fece in modo che il progetto si sviluppò ed ebbe anche un certo successo.
In quel nostro primo incontro mi portò a vedere e toccare con mano la storia di Kinder Sorpresa.
Entrammo in uno stanzone le cui pareti erano enormi librerie sui cui scaffali erano ordinate centinaia
di piccole sorprese a testimonianza della storia di quel progetto e delle sue evoluzioni continue. Rimasi affascinato da quella galleria e ricordo ancora la luce che brillava negli occhi di William. Lo guardai e pensai a quanto questo grande creativo era distante dagli stilemi e dalle pose tipiche dei creativi pubblicitari di grido della Milano da bere. A parte la passione di William per il suo cappello coloratissimo e per certe maglie
dai colori sgargianti, era l’espressione di quello che gli anglosassoni definiscono “understatement”,
cioè il contrario di mostrarsi e sgomitare per il posto in prima fila sul palco. Lui faceva il suo lavoro per rispetto dell’incarico e di chi glielo commissionava direttamente, “il signor Michele” e per soddisfare la sua indole creativa abbinata ad un rigore professionale raro che univa questi due aspetti certamente opposti
in un risultato armonico e potente. Un genio, un po’ bambino un po’ adulto e come tale, a volte anche difficile
da comprendere, soprattutto quando partiva nei suoi voli nello spazio cosmico che pochi mortali riescono persino a immaginare. Più di una volta mi è capitato di dirgli “William scusa, non ho capito” e lui non si perdeva d’animo e si impegnava per far sì che io e gli altri capissimo bene le sue intenzioni esprimendo
al contempo una determinazione e un’emotività costruttiva e coinvolgente.
Non incontrai William per qualche anno e venni a sapere che aveva lasciato la Ferrero per dare vita a Color Your Life, il suo sogno nel cassetto: aiutare i ragazzi a realizzarsi come persone e a individuare il lavoro
ideale secondo le loro aspirazioni e passioni facendoli incontrare con professionisti di svariate discipline.
Ad una cena di Natale in famiglia ebbi modo di vedere alcuni pieghevoli di presentazione di Color Your Life che uno di noi aveva ricevuto da William che stava muovendo i primi passi. Osservai che la comunicazione rifletteva il vulcano di idee che era la testa di William. Molti concetti, un buon impatto estetico ma un grande affollamento di contenuti e idee. Rimasi comunque colpito dal progetto e dalla sua finalità sapendo inoltre che William, che aveva lavorato per cinquant’anni sui prodotti per bambini non aveva avuto figli e quindi immaginai anche le implicazioni psicologiche personali e la conseguente determinazione di William che traspariva dalle finalità della fondazione.
Era la sera di Natale, potevo perdere l’occasione di fare una buona azione? No, così dissi alla persona che aveva avuto i materiali di far sapere a William che gli avrei offerto volentieri l’aiuto dell’agenzia come pro-bono, quindi a titolo gratuito.
Dal primo incontro entrammo in sintonia con William e ricordo che il team di creativi che assegnai al progetto venne a trovarmi in ufficio dopo l’incontro e mi chiesero chi fosse quel signore così originale, appassionato
e vulcanico perché erano rimasti colpiti dalla vitalità e dalla genialità creativa del personaggio Salice.
Facemmo un bel lavoro sistemando il marchio e l’architettura delle varie suddivisioni nelle attività realizzate da Color Your Life e questo ci consentì di cercare e trovare più facilmente anche aziende sponsor che sostenessero la fondazione magari adottando delle sue attività.
Ma la parte più bella di tutto il lavoro furono le mie partecipazioni ai Campus estivi dove ebbi il privilegio di passare delle giornate di studio e laboratorio con i Colors, i ragazzi selezionati per partecipare gratuitamente. Il mio compito era concentrato in una giornata: alla mattina raccontavo il dietro le quinte della pubblicità illustrando ai ragazzi le diverse figure professionali e nel pomeriggio assieme a William formulavamo un vero e proprio brief che i ragazzi avrebbero dovuto sviluppare realizzando campagne pubblicitarie organizzandosi in diversi team in cui ognuno faceva qualcosa di specifico e tutti insieme alla fine presentavano il lavoro. Ogni volta che partecipavo ai Campus trovavo un William sempre più attivo
e coinvolto, ricopriva diversi ruoli per far sì che l’esperienza vissuta nei quindici giorni del Campus servisse come momento di crescita personale e in qualche modo professionale ai ragazzi.
Non avevo mai visto William “sul campo” e mi vennero in mente le parole di sorpresa e stima dei miei creativi. William viveva nel presente facendo tesoro delle esperienze passate e con la testa proiettata nel futuro che era contemporaneamente domani, fra qualche mese e di lì a pochi anni.
Era vulcanico, sempre proiettato a dare il massimo e a stimolare l’intelligenza dei ragazzi con i quali si muoveva come insegnante, tutor e in qualche modo genitore interrogandosi continuamente su quello che faceva e su come il progetto di sviluppava perché voleva continuamente migliorarlo e allargarlo negli scopi
e nelle attività. Mai contento, nel senso non di insoddisfazione ma di volontà a migliorare ogni cosa, convinto com’era che ogni cosa si poteva fare meglio.
Era sempre avanti a tutti, a volte di pochi passi e a volte di chilometri. Ma quello che lo spingeva non era la fredda ed egoistica ambizione personale che spinge tanti manager contemporanei. Era l’amore per i ragazzi, la voglia di realizzare il suo sogno con loro e per loro. Quando riceveva complimenti e ringraziamenti si scherniva e diceva “dovete farli a loro i complimenti, non a me, io apro solo delle porte”.
Oggi che William non c’è più mi capita spesso di ricordare certi momenti passati insieme e mi rendo conto di quante cose belle ho vissuto con lui e di quanti insegnamenti indiretti mi ha lasciato l’uomo William.
Sono occasioni che capitano raramente nella vita ed io ho avuto la fortuna di poterle vivere e farne tesoro.
Ciao William, sono sicuro che dovunque tu sia sarai circondato da persone che ti vogliono bene.
